Lettera ad una studentessa incerta

Carissima A.

ti scrivo poche righe, avrei voluto parlarti di piu’ stamane in classe, ma il tempo a volte e’ un fiume dai margini troppo stretti. Avrei voluto dirti di piu’ del compito, della tua reazione, di cosa io penso di te e del tuo percorso. Provo con poche parole strappate agli impegni quotidiani, Anna Wislawa che ride qui accanto e la cena ancora da pensare.

Non devi vergognarti della reazione di stamane, delle lacrime, dell’umana natura del tuo volto. Ho imparato dalle righe di Erri De Luca che il pianto pulisce gli occhi, poi si vede meglio. E vorrei che tu vedessi la stima che ho per te, come studentessa e come persona. Le verifiche vanno come vanno, tu sai bene quale peso hanno per me, per la mia didattica, per il mio modo di concepire il dialogo giornaliero che facciamo attorno e sulla matematica. I voti sono numeri e i numeri sono buoni per misurare tavoli e calendari, non certo persone. Vorrei che tu fossi consapevole della stima che ho per te, per il tuo percorso, per il tuo camminare a volte in salita. I voti buoni (ottimi) arriveranno, i risultati che speri e pensi e desideri anche, su questo non avere dubbi. Allora torna a sorridere, continua a scrivere poesie, suggeriscimi come hai gia’ fatto qualche buon libro da leggere e accogli la matematica come un panorama che richiede tempo.

Questo, soprattutto: datti il tempo necessario, regalati lo spazio per guardare alle nostre lezioni con lo stesso sguardo che dedichi ai poeti che tanto ami. Vedrai che tutto andra’ bene.

Un caro saluto, prof.

Osservazioni

Ho 46 anni.

Mia figlia indossa un nome di poetessa e sta mettendo i dentini. Oggi ha riso tanto.

Mio figlio indossa una tiistezza che ha l’identica forma del mio volto. Oggi non l’ho visto.

Il mio amore ha la forma nascosta di un sorriso gentile. Oggi abbiamo preso un caffe’ insieme, lei era felice.

A Natale ho tagliato i capelli per far contenta mia madre, lei ha cucinato per me come quando ero bambino.

Ho due gatti che sembrano orsi da quanto sono grandi. Leonard ha paura del buio, Penny si sdraia sempre sul divano vicino a me.

Ho un padre che scrive di poesie e tragedie, mi commuove la sua scrivania.

Oggi in classe non mi sono dimenticato di sorridere. Ho anche guardato fuori dalla finestra.

Ho un ukulele verde che suono raramente, mi piace il colore.

La mia vita e’ piena di errori, mi sono persino convinto che sia giusto cosi’.

Alle volte ho una confusione addosso che il reale sembra polvere e il mondo si capovolge.

Ho le scarpe sempre sporche di gesso, sui piedi finisce la mia matematica quotidiana.

Ho perso quasi tutti i miei amici. Per colpa, lontananza, disattenzione.

Sono convinto che Simple Twist of Fate sia la canzone migliore di Dylan.

Ho molti ricordi, pochi rimpianti, nessun proposito.

Aspetto.

Quando la sera diventa vaga mi viene in mente che in 46 anni la luce raggiunge le stelle vicine. Da qualche parte, in qualche luogo, sono ancora bambino, non ho idea del mio divenire, a stento cammino. Forse e’ solo la mia immagine che viaggia, ma e’ gia’ qualcosa.

Rientro

Domani si torna. Alla lavagna che sembra una finestra, al gesso che sporca le mie scarpe, alla matematica che basta un panno a cancellare, ai banchi pieni di domande, ai cappotti appesi in fondo all’aula che invece di domande non ne fanno mai. Si torna a gesti, voci, mani alzate ed ai prof posso andare in bagno. Si torna senza mai essere partiti. Mi sembra di vedere i corridoi, tutti i piedi che ho incontrato in questi anni, i passi che ho seguito, che mi hanno seguito, che si sono persi, che mi hanno fatto perdere. Li divido per due, i piedi, per ottenere persone. Mi perdo nel calcolo, non sono bravo in queste cose.

Per ora mi accontento del silenzio, del Notturno n.5 in Fa diesis Op.15 N.2, della mia penna stilografica, degli ultimi compiti da correggere, del quieto respirare di Carla che posso indovinare da questa parte della parete, del fruscio di Anna Wislawa quando si muove nel lettino, della stanza vuota di Francesco, in attesa come me.

Domani si torna, o almeno provo.

Traduzione

Prima avevo studenti e studentesse e l’urgenza tutta interiore di parlar loro di matematica, di mostrare altri panorami possibili. In alto a tutto, in vetta, la conoscenza. Non il pedantico nozionismo di cose imparate a memoria, la conoscenza come valore universale, come risultato di un percorso in salita, come veicolo di cittadinanza e di presenza. Conoscere per apprezzare. Conoscere per scegliere. E quanti studenti mi son perso per strada, e quante volte son tornato indietro a cercarli, a caricarmeli in spalla se potevo. E si cadeva insieme e se era il caso ci si rialzava insieme. Di quelli non ritrovati ho il bruciante ricordo notturno. Era un lavoro lento, che richiedeva pazienza, attesa. un lavoro in cui l’inutile era avvincente molto piu’ del reale. Il futuro era altrove, nelle loro scelte personali a cui non potevo e non volevo accedere, al piu’ lasciavo una voce di consiglio, di solito scusandomi per l’invasione. In classe era la matematica il mio piccolo lascito.

Adesso ho un’utenza a cui erogare un servizio. La matematica e’ secondaria, devo rendere i miei studenti e le mie studentesse competenti. Il futuro e’ diventato job placement ed al posto della mano tesa per aiutare nell’inciampo abbiamo i crediti ed i debiti, linguaggio da banca.

Mi si dira’ che e’ tutto uguale, che son solo termini nuovi per cose vecchie. Una traduzione moderna. Forse, ma nel cambio di vocabolario ho perso la voglia di parlare.

Nostalgia delle scarpe

Funziona cosi’. Alle 7:20 sono in sala insegnanti, a quell’ora mi piace il silenzio carico di aspettative, i cassetti allineati, i cappotti dimenticati il giorno prima con cui scambiare le prime parole del giorno. E’ la mia lezione migliore, libri abbandonati sugli armadi come studenti, la finestra come lavagna, il mondo che si sveglia piano piano e’ l’argomento. Poi, se c’e’ tempo un caffe’. Infine arrivano gli studenti, senza cui nulla avrebbe senso (riesco, con grande sforzo, ad immaginare una scuola senza noi docenti; mi e’ impossibile invece immaginare il contrario). Una volta li sentivi per le scale, voci e scarpe e passi che potevi riconosce anche dalla sala insegnanti. Zamboni che sale divorando gradini, la Petrusso che non cammina, scivola, il Gilberti che inciampa ad ogni scalino. Oggi invece entrano e passano il badge, si sente un bip, si esaurisce in un gesto contabile l’annuncio del loro arrivo. Strisciano il badge come si fa con un bancomat o con il cartellino alla catena di montaggio, a inizio o fine turno. E’ il primo di tanti badge che dovranno strisiciare, fisicamente ed idealmente, un gesto meccanico che sostituisce motivazione con comodita’.
I bip partono piano, poi diventano una cascata, una grandinata, sembra di stare alla Despar quando le cassiere passano i prodotti per il prezzo. Riesco ad immaginarmeli, due studenti al prezzo di uno. O era il contrario? Bip, ciao Zamboni, bip, addio Petrusso, bip, Gilberti e’ cascato di nuovo. Incontrollati controlliamo il secondo in cui entrano. Ho visto studenti passare il badge due o tre volte nel dubbio di non essere abbastanza presenti. Dice che e’ il progresso, loro strisciano un badge ed io in classe mi ritrovo l’appello gia’ pronto sul registro elettronico. E le famiglie sanno se il figlio e’ in classe. C’era mica bisogno di tutto questo armamentario, bastava che mi telefonassero, le famiglie: "Salve prof, sono io, la signora Zamboni. Oggi il Gianni e’ venuto?" .. "Si signora, e’ qui davanti a me, ma ha un aspetto orribile" .."Tutto suo padre". Invece l’aspetto orribile ce l’ho io che mi ostino a fare l’appello chiamando uno ad uno e loro mi guardano strano come per dire "Prof, ma ho strisciato il badge" ed io li guardo piu’ strano come per dire "io invece ho strisciato fin qui, ma non il badge, proprio io che stamane ad alzarmi e’ stata durissima". Adesso che abbiamo reso inutile l’appello lo faccio ancor piu’ volentieri di prima, mi gusto i miei tre minuti di nomi e volti come preludio alla grandezza che ci aspetta durante la mattinata. Non mi oppongo ad un sistema che reputo sbagliato, mi limito a vivere altrove.

Pero’ intanto li chiamo ad alta voce, questi miei figli e figlie in scadenza. Loro mi guardano, a volte scappa un sorriso, mi sento un po’ meno alla Despar.

Rinuncia

Da anni ho smesso di illudermi. In parte e’ sicuramente colpa mia, in parte di un sistema scolastico che ha ucciso ed uccide propensioni, aspettative, fantasia. I come hanno preso il posto dei perche’, l’utile e’ la moneta di scambio, prepariamo all’eccellenza ed al successo e ci scordiamo quelli, i tanti, che camminano a passo diverso. Raddrizziamo o tagliamo, raramente accogliamo. Scambiamo i voti, la promozione, l’aiuto sulla media con il prendersi cura e senza accorgerci creiamo deserti basati su numeri, prestazioni, competenze. Una promozione non si nega a nessuno, ma intanto li lasciamo soli. Magari promossi, ma soli. Insegnare sarebbe il nostro mestiere. A tutti, con ogni mezzo, ad ogni costo. Non valutare, promuovere o bocciare. No. Il nostro mestiere sarebbe insegnare. A tutti. Non solo a quelli che vanno bene, non solo a quelli che hanno la media alta, che ascoltano, che si impegnano e che hanno diritto di elogio. Ma anche a quelli che non ce la fanno, che si sono persi, che nessuno ha mai provato, mai, a cercare. A quelli che ormai non ascoltano piu’ perche’ inascoltati. Sono pigri, indolenti, non hanno voglia di fare, non si impegnano perche’ tanto sanno che vanno avanti anche senza studiare. A forza di ripeterglielo li abbiamo convinti. In questo deserto privo di orizzonte noi ce li abbiamo portati. Noi, non altri. Sarebbe dovere di adulti, prima ancora di insegnanti, tornare a cercarli. Non dico per salvare (non siamo in grado di salvare noi stessi, figuriamoci altri), ma perche’ non si sentano soli. E forse per non rimanere piu’ soli nemmeno noi.

Per insegnare bisogna lasciare un segno. O il segno. E’ etimologia, non opinione. La mia matematica non lascia invece piu’ traccia. Parlo, perche’ mi piace farlo. E ascolto, perche’ credo sia giusto farlo. Ma ho smesso di insegnare.

Lista di cose da evitare in una tesina per l’esame ESC

Cari studenti e care studentesse, ci siamo, state per premere anche voi il tasto ESC. Vi scrivo una lista di suggerimenti, assolutamente non richiesti, di cose da evitare nella preparazione e nella presentazione del vostro approfondimento per l’esame (volgarmente chiamato tesina)

1. Evitate argomenti banali o scontati
2. Evitate argomenti complessi o culturalmente elitari
3. Non e’ rimasta molta scelta
4. Qualcosa devo pur scrivere
5. Evitate di scrivere tesine che voi non leggereste
6. In compenso potete leggere tranquillamente tesine che voi non scrivereste
7. Evitate di scrivere la presentazione in Klingon
8. "Piacere, sono Giovanni" non vale come presentazione
9. bortaS bIr jablu’DI’ reH QaQqu’ nay’ (vedi punto 7)
10. Vestitevi in modo appropriato (niente maschera e pinne, per intenderci)
11. Vestitevi (piu’ importante del punto 10)
12. Non parlate con il boccone in bocca durante la presentazione.
13. Evitate caratteri bianchi su sfondo bianco.
14. Evitate caratteri neri su sfondo nero.
15. Grigi su grigio, no.
16. Blu su blu, nemmeno.
17. Pero’ a questo punto dovrebbe essere chiaro il concetto, dai.
18. No, nemmeno rosso su rosso.
19. No, non sono io che non mi va bene niente, mi sembra chiara l’idea di fondo.
20. No, non ho detto fondo chiaro, non ci siamo capiti.
21. Ecco, sfondo bianco e caratteri neri. Ottimo.
22. Fermo con il 21, deciso, non lo cambiare.
23. Non siate troppo enfatici, per Diana!
24. Non siate nemmeno apodittici. Punto e basta.
25. Siate chiari. No su sfondo nero, non ricominciamo per favore.
26. Non inventatevi parole per solo scopo adaminoico.
27. Se la commissione improvvisamente aderisce alla Buona Scuola durante la presentazione, non e’ un buon segno.
28. Evitate linguaggi troppo formali.
29. Evitate linguaggi troppo informali.
30. Si, "bella li" al presidente di commissione rientra nel punto 29.
31. Spengete il telefonino. Se suona durante la presentazione fate finta che sia una sveglia "Scusate, volevo essere sicuro di svegliarmi per l’esame"
32. Non twittate durante la presentazione (questo vale anche per i commissari)
33. Evitate di fare "tada’" con la bocca ogni volta che proiettate una nuova slide
34. Scrivete poco, dite molto
35. O era viceversa?
36. Non so, hai iniziato tu sta lista.
37. Noi in India abbiamo un detto.
38. State nei tempi assegnati. Se il Presidente vi fa segno con la mano non e’ per salutarvi, avete sforato.
39. Succede a volte che invece vi stia proprio salutando.
40. Rimane il dubbio se rispondere o meno
41. La 37 e’ veramente difficile
42. In generale andate nel particolare.
43. In particolare state sul generale.
44. Insomma fate come vi pare, nessun consiglio ha veramente valore se non questo: osate.

In bocca al lupo (o in culo alla balena, come preferite, l’importante e’ mai, dico mai fare le due cose contemporaneamente).

Prof.