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L’esame

Il mio ultimo esame l’ho fatto con la 5R, la classe di Zamboni. Sono commissario interno di matematica e ricordo bene la mattina di giugno, i banchi in corridoio, Ferletti che sviene e Zamboni che esulta gridando "Annulliamo tutto!!!". Passo tra studenti e studentesse verdi per l’agitazione, cerco di tranquillizzare, Ferletti intanto rinviene il tempo per l’apertura delle buste e zac, di nuovo stesa per terra. Il presidente della commissione mi guarda male, io guardo male Zamboni, lui guarda male tutti. Ferletti permettendo distribuiamo le tracce, e’ uscita una matrice trifilare a capsule ed uno studio di funzione gonico, Ferletti stavolta non sviene, lo faccio io per lei. Il panico dilaga tra i banchi come l’odore di cipolla alle dieci del mattino quando Rosi prepara i panini per la ricreazione e in classe la matematica e’ l’ultimo dei nostri problemi. Nessuno ha la piu’ pallida idea di cosa parli la verifica, poi il lampo di genio: "Ragazzi, girate i fogli, sono al contrario!". Sospiri di sollievo generalizzati, la matrice trifilare a capsule adesso ha tutto un altro aspetto, anche il testo sembra decisamente piu’ sensato. Dopo due ore meta’ classe ha esaurito le idee, l’altra meta’ sta ancora leggendo la traccia. Zamboni mi chiama dal fondo "Prof, posso usare la calcolatrice?". "Certo.". Prende la calcolatrice, schiaccia un po’ di tasti tenendola davanti agli occhi e poi se la porta all’orecchio, sta facendo finta di telefonare a casa. Prima che intervenga il presidente di commissione stendo Zamboni con un malrovescio virtuale, capisce al volo quando vuole e sta zitto, non prima di aver accuratamente chiuso la conversazione con tono informale, tipo "Cia’, ti devo lasciare, si, cia’, a dopo, cia’ cia’. Si ma, ti chiamo io. Si, cia’". A Zamboini io ci voglio bene, non e’ uno studente, e’ una istituzione. Credo che sia qui da prima di chiunque altro, forse anche del bidello curvo (non so perche’ lo chiamano cosi’, bidello curvo, e’ altro due metri e dritto come un fuso). Una volta Ferletti mi ha detto, in un raro momento di veglia, che Zamboni sbaglia appositamente tutte le verifiche per essere bocciato, ha tipo un’attivita’ avviata qui nella scuola, un nome, non gli conviene andarsene. Dopo cinque ore nessuno ha finito, la commissione e’ esausta, il tempo scorre lentissimo tra uno svenimento di Ferletti (le abbiamo fasciato la testa con due strati di carta igienica, dovrebbe reggere la frequenza degli impatti con il banco) ed una hola di Zamboni (non so come ci riesce, viene una hola pazzesca, e’ da solo ma sembrano in trenta; trenta Zamboni nemmeno nell’Apocalisse di Giovanni credo siano immaginabili). Ha davanti, sul banco, il foglio bianco e mancano venti minuti alla fine. Mi avvicino con aria arcigna, lui, che mi conosce, si produce nella migliore tecnica di tanatosi che io abbia mai visto in uno studente. "Zamboni, non ti starai facendo bocciare un’altra volta vero? Per favore, scrivi qualcosa. Qualsiasi cosa, io poi faccio due segni rossi a caso e te ne vai di qui. Ti prego, scrivi.". Lui scrive qualcosa, credo sia una qualche forma di testamento morale, riesco solo a scorgere un "Nel caso mi promuovano voglio che siano esaudite queste mie ultime volonta’ di studente permanente". Poi solo scarabocchi, ma c’e’ qualcosa di scritto, questo e’ l’importante, non e’ piu’ una verifica in bianco (una volta Zamboni mi disse della sua teoria, le verifiche in bianco perche’ la scuola sembra un ospedale, pareti da ospedale, sedie da ospedale, facce da ospedale, cibo da ospedale, una scuola in bianco appunto). Sono convinto che questa volta riusciamo a mandarlo via, anche la collega di inglese dal fondo del corridoio accenna un passo di danza per la gioia; niente, si fara’ beccare dopo due giorni all’orale a fare l’imitazione dei presidente di commissione che fa l’imitazione di Ferletti mentre sviene, bocciato anche questa volta nostro malgrado. Abbiamo ricorso in appello, ma era assente. Lo ricordo bene l’esame della 5R, ho chiesto il trasferimento quell’anno, adesso lavoro in archivio. Zamboni mi ha salutato con un bellaprof e ancora adesso, nelle notti di giugno, mi sembra di intravedere la sua hola all’esame.

Lettera aperta a studenti e studentesse di quinta

Carissimi ragazzi e carissime ragazze

quest’anno, per la prima volta da quando insegno, non ho quinte, quindi parlo ai tanti volti che ho incrociato in corridoio, nelle ore di supplenza, al bar, in giardino, in fila alla posta, in fila alla posta aperta (decisamente piu’ veloce della precedente fila), al supermercato persi tra quotidiani barattoli, per strada, per bacco. Vi scrivo per due motivi, entrambi molto orecchiabili. Ma anche per dirvi che nonostante non vi conosca bene perche’ non siete miei studenti e mie studentesse, mi sento di darvi qualche consiglio per l’imminente prova d’esame che vi aspetta. Se nei prossimi giorni avete dubbi irrisolvibili di matematica sapete dove trovarmi, rispondo volentieri a tutti e a tutte. No, dico sul serio, ho un sacco di cose da fare in questo periodo, ma il tempo lo trovo. Davvero, non fate i complimenti, se avete bisogno scrivetemi. Su, dai. Per favore. Una mail, che vi costa. Una domanda, semplice. Anche se non vi serve, poi cestinate la risposta, ma scrivetemi. Dai. No, che dite, non e’ che sono disperato perche’ adesso non servo piu’ a nessuno, ma no, cosa vi viene in mente. In fondo io sono qui, da solo nello studio, tutta la notte, senza un compito da correggere. Cosa sono questi? Compiti degli anni passati. Si, li ricorreggo. No, non e’ disperazione, mi alleno. Ogni tanto mi scrivo delle domande da solo in queste sere, mi sono fatto un account anonimo di posta da cui scrivermi, cosi’ non mi riconosco. Ma scusate, cosa vi costa scrivermi con qualcosa tipo "Prof, non mi viene questo esercizio, mi puo’ dare una mano?". Che vi costa? Dai. Come dite? Non avete bisogno? Ve lo inventate l’esercizio, io mica me ne accorgo. Dai, davvero, non fatevi problemi. Vi prego. Sara’ mica una questione di soldi? Guardate che lo faccio gratis. Come dite? Ah, volete voi dei soldi per scrivermi delle domande? Eh, aspetta, ci devo pensare. Come? Andate da un altro? No aspetta, va bene, vi pago, ok? Vi pago. Scrivetemi pero’. Chiedetemi una mano, un piede, un arto, scrivetemi. Non voglio darvi l’impressione di essere disperato, voglio solo che sappiate che sono disponibile. Davvero. Vi prego.

Con stima, prof (quello con la barba).

P.S.
Sono passati dieci minuti e ancora non ho ricevuto domande di aiuto. Non voglio mettervi fretta, fate con comodo, io sono qui.
P.P.S.
Tutta la notte.

Riccardo Giannitrapani