Lettera ad un figlio sul mio mestiere

Caro Francesco

quante volte, da piccolo, mi hai chiesto dei miei studenti e delle mie studentesse, del loro stare con me, di cosa facessero a ricreazione, se amassero i tuoi stessi giochi, i tuoi cartoni, se fossero, insomma, proprio come te. Ricordo che ti incuriosiva molto l’idea che passassi la mattina intera a parlare con loro, di matematica dicevo io, giocate sicuramente rispondevi su. Ed in un certo senso avevamo ragione entrambi. Adesso che sei piu’ grande, adesso che a scuola, anche se diversa, ci vai pure tu, adesso forse hai un’idea diversa di quale sia il mio mestiere di insegnante. Ci sono certo ancora gli aspetti esteriori, mi vedi preparare e correggere i compiti, quando dormi da me puoi vedere la luce dello studio accesa fino a tardi, i libri che compro (ne hai troppi papa’, mi dici spesso), i fogli pieni di calcoli, errori, disegni e ancora calcoli. Sono solo strumenti, tutto questo e’ il contorno, importante e necessario, ma cosa significa per me entrare in classe ogni mattina e’ altra cosa. Se chiedi ad un falegname del suo mestiere non ti mostrera’ la pialla, la lima, le loro caratteristiche, marche, costi, non ti parlera’ di lunghezze, misure, progetti. Ti mostrera’ la sedia che ha costruito, ti fara’ sentire l’odore del legno, camminerai con lui su un tappeto di trucioli e segatura, i prodotti di scarto che rendono quella sedia unica. Quanto vorrei, a volte, portarti in classe con me, farti vedere i miei studenti e le mie studentesse, farti parlare con loro. Questo e’ il mio mestiere, quei volti quotidiani, presi al volo dal tempo ed al tempo restituiti dopo pochi anni. Pochi anni. Questi tuoi fratelli e sorelle in prestito ti piacerebbero, ne sono sicuro. Sono mondi, ciascuno di loro un universo. Ed e’ difficile, cucciolo mio, non perdersi. Come spesso dico loro la matematica e’ solo una scusa per parlare, valida come qualsiasi altra scusa. E quanti errori, quanti errori ho fatto e faccio, in classe e fuori. E quanti ne fanno loro. Pero’ poi si torna seduti, ci si parla di nuovo, si cerca insieme di capire, se il tempo lo concede. Il tempo, questa e’ la sostanza che ho a disposizione, questo il materiale che provo a lavorare, a volte riuscendo, spesso fallendo. Il tempo poi se li porta via, rimangono i volti, alcuni nomi, la voce quasi mai, gli occhi confusi in una specie di folla a cui spesso non penso, a cui a volte pero’ dedico notti intere. Con gli studenti e le studentesse che ho perso, soprattutto con loro.

Quando eri piccolo, avevi cinque anni, volesti regalare a ciascuno dei miei studenti di quinta un tuo disegno, da allegare al ritratto che avevo fatto loro per salutarli. Non credo tu possa ricordartene, ma mi colpi’ il gesto, e colpi’ molto anche loro. Mi chiedo spesso dove finiscano questi miei piccoli, stupidi regali finali, gli acquarelli, gli alberi, i fiori, i ritratti, le lettere. Persi, buttati, forse conservati, distratti passeggeri dello stesso tempo di cui ti parlavo prima. E da alcune sere non posso fare a meno di pensare a dove sia ora il tuo disegno per Lorenzo, dove sia il ritratto di matita incerta che feci per lui. Da qualche parte, perso come tutti noi che condividiamo questo mestiere e le sue infinite fragilita’.

Con amore, tuo padre.

Lettera a mia figlia

Cara Anna Wislawa

ti scrivo poche righe mentre dormi nella stanza accanto. Stasera ti ho guardata prendere sonno, ho cantato per te, ti ho sorriso nel metterti a letto e adesso sono qui, sentinella dei tuoi sogni. Domani e’ una data particolare, si festeggia un’idea di donna, si manifesta, si discute, si chiede, si spera, ci si arrabbia, si perdona, si torna a immaginare. In questi anni molte cose, penso, sono state fatte. Ma tante rimangono in sospeso, prima tra tutte non e’ cambiato il modo di pensare. Si possono mettere leggi, vincoli, paletti, ordini sacrosanti, ma l’unica cosa che doveva cambiare, la testa delle persone, e’ rimasta bloccata. Allora, prima che il tempo faccia il suo corso, prima che la data venga superata sul calendario, prima che le idee evaporino, prima che insomma torni il reale a dettare le sue condizioni ed in tv si torni a parlare di altro, lascia che ti scriva questa lettera. Da padre e, soprattutto, da uomo che ha commesso molti errori e ancora ne commette. Perche’ domani ti regaleranno un fiore, magari una mimosa, la festa delle feste. Ma io credo che non sia il tempo, domani, dei fiori. Credo che non sia il tempo, domani, della mimosa. Fino a quando tu non avrai voce, non chiedere fiori, chiedi risposte, chiedi quando.

Quando potrai avere un uguale trattamento economico ed uguali opportunita’ lavorative, non perche’ lo dice una legge, ma perche’ risulti naturale, ovvio, scontato.

Quando potrai vestirti come ti pare.

Quando non dovrai subire quotidianamente modelli femminili stereotipati, falsi, a volte dannosi per la salute da ogni dove, a qualsiasi ora, su libri, riviste, televisione pubblica e privata.

Quando potrai decidere in modo veramente autonomo della tua salute, del tuo corpo.

Quando vedrai riconosciuto nei fatti il diritto sancito da una legge di decidere da sola (e solo tu) della tua maternita’. E quando, in frangenti drammatici e davanti a scelte difficili, potrai scegliere (tu e soltanto tu) sostenuta da una struttura pubblica, seria, attenta alla tua salute fisica e psicologica, comprensiva, accogliente, rispettosa della tua scelta.

Quando potrai contare. Non come concessione o per equita’, ma per pura e semplice normalita’ delle cose.

Quando la tua naturale propensione all’accudimento (che la natura ha deciso) non verra’ usata come scusa per delegarti totalmente o primariamente la cura dei figli. Iniziando, per esempio, con l’istituire il congedo obbligatorio (obbligatorio) anche per i padri, in egual misura che per le madri; perche’ non si abbiano piu’ svantaggi ad assumere donne, perche’ si capisca che e’ diritto e dovere anche per il padre di assentarsi a lungo dal lavoro, perche’ l’accudimento non venga confuso con il nutrimento, perche’ la carriera, se necessaria o voluta, sia sacrosanto diritto per entrambi senza togliere ai figli.

Quando tuo fratello sparecchiera’ la tavola con la stessa frequenza con cui la sparecchi tu.

Quando sara’ normale nella realta’ come nella finzione, chiamarti capo senza che questo susciti dubbi, perplessita’, ilarita’ o commenti.

Quando le tue tette non saranno argomento di discussione, ma le tue idee.

Quando noi uomini smetteremo di aiutare nei lavori di casa per fare semplicemente dei lavori di casa (che e’ tutta un’altra cosa).

Quando smetteremo di sentire frasi del tipo "ma che bravo papa’ che cambia anche i pannolini". La cacca e’ cacca per tutti, non ha genere.

Ecco, mio piccolo tesoro addormentato, quando queste cose e molte altre le vedrai realizzate, allora i fiori arriveranno. Che siano i piu’ belli e i piu’ profumati e colorati, questo e’ il mio augurio per allora. Nel frattempo dormi, io rimango qui fuori ad ascoltarti.

Un abbraccio, tuo padre.