Lettera dal bordo di una nuova eta’

Caro Francesco

ti scrivo, come spesso faccio, in una pausa silenziosa della casa. Ti scrivo mentre ti affacci, con l’incertezza necessaria e dovuta, su questa tua nuova eta’. Ridi mentre mi vedi cambiare il pannolino ad Anna, vai a dare un bacio a Carla se la vedi triste, mi rispondi male e poi ti scusi, stai molto tempo per conto tuo, parli al telefono con i tuoi amici, mi racconti con amarezza dei brutti voti a scuola, dimentichi quelli belli, contesti praticamente ogni cosa che ti dico, mi fai urlare, poi ridiamo, a volte piangiamo. In una parola, cresci. Lo fai spesso lontano da me, intravedo questa tua eta’ frammentata a giorni alterni, la deduco, cerco di colmare i pezzi che mi mancano parlando, ascoltando. Anche i tuoi lunghi silenzi, come oggi quando in macchina ti ho accompagnato a scale non piu’ mie e tu chissa’ a cosa pensavi. Io pensavo a te, alle tue eta’ cosi’ veloci, alla tua tenerezza intatta dietro nuovi sguardi da adulto. Ti ho guardato di nascosto nello specchietto, per una strana piega del tempo eri ancora il Francesco che mi chiedeva mille cose, si faceva portare in spalla, ascoltava le mie storie. Io forse sbaglio a non dirtelo, ma questo tuo nuovo carattere, a tratti duro, a volte indeciso, mi spaventa e mi rasserena al tempo stesso. Non e’ facile per un padre, uno sbagliato come me, seguire ogni movimento del tempo, da lontano per non interferire, abbastanza vicino per prendere al volo ogni inciampo. Affronto, o almeno ci provo, questo tuo nuovo passo distaccato, questa tua necessita’, dovuta e sana, di camminare da solo. A volte.

Ho molte colpe, mio Francesco. Errori su errori che si sono attorcigliati cosi’ stretti alla mia barba ormai grigia che difficilmente potro’ tagliare via. L’eta’ mi consente un minimo di indulgenza, i sensi di colpa si attenuano con il tempo, si riesce persino ad accettare. Non dico perdonarsi, ma convivere si. Un tempo ti tenevo con un braccio solo, mi alzavo la notte per confortare il tuo pianto, ti preparavo per uscire, sminuzzavo i biscotti nel biberon, ti misuravo la febbre, mi rendevo orizzonte, mare, vela per te. Adesso e’ tutto un po’ diverso. Ma il mio braccio non e’ cambiato, forse un po’ invecchiato, ma e’ sempre qui. Lo vedo quanto sei spaventato di questo tuo nuovo tempo, di questo tuo vasto spazio. A volte la rabbia, a volte la tristezza, spesso la paura. Imparerai, lo abbiamo fatto tutti. Io forse non sono stato capace ad essere presente ogni tua notte, ma ho ancora tante parole per te e tutto lo spazio per accogliere le tue. Se vorrai.

Un abbraccio, papa’.

Venne a noi

E venne a noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
né fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.

Peppino Impastato