Lettera dal bordo di una estate

Inizia con la virata dell’aereo, la lenta alterazione della verticale, la
sensazione che l’alto non sia più tale, che il basso perda valore. Dal
finestrino precipita il terreno, bruno come i miei capelli, ispido come la mia
barba, a tratti tappezzato di infinite tonalità, come le macchie sulla mia pelle
distratta. Dei miei occhi è il mare, il colore l’ho preso sicuramente da qui,
forse anche l’orizzonte incerto tra isole e cielo, tra palpebre e ciglia. I
colori di questa terra sono i miei colori, forse non sono nato qui, ma qui sono
stato disegnato e dipinto.

La Sicilia ti strappa subito il fiato ancora sulla scaletta dell’aereo, poi
dentro l’aereoporto vestito per l’estate. Te lo strappa per restituirtelo
riempito di questa terra, del caldo della sua aria, del lento parlare delle sue
genti. Sicilia, origine e fine di molte vite, parola piena di odori e tagli, di
fuoco e fumo, del dolce sapore di terra viva, patria per noi che siciliani non
siamo, ma solo per fortuito caso anagrafico.

Prosegue lungo la strada che taglia paesi, campi, ulivi, nomi di luoghi eterni,
ricordi di infanzia quando, il più piccolo dei fratelli, ero zavorra smarrita e
attenta, trasportato dal nord della mia quotidianità fino al sud del mio sangue,
bambino di città abbagliato da questo sole, da questi luoghi.

Inizia poi la salita del Monte San Giuliano, cartelli, curve, persino case che
riconosco a distanza di anni su questo nastro che sale cambiando idea ad ogni
forma del monte. Qualcuno lo chiama strada, per me è stomaco aggrappato ad ogni
curva, finestrino aperto per dare aria al volto, è il giallo di un limone
immaginario, la strada che mi libera ogni volta.

Erice, infine. Le pietre sono le stesse, trattengo a stento il saluto per ognuna
di esse sovrapponendo le immagini di oggi con i ricordi di ieri, dolorosamente
attento alla devastazione del crescere, al prezzo dell’età adulta.

Dove adesso ci sono insegne, neon, colori improbabili, gelati di plastica alti
quanto mio figlio, vetrine e bancarelle che vendono per pochi soldi gli ultimi
rimasugli di dignità di una terra un tempo fiera, i miei occhi vedono ancora con
lo sguardo di bambino, quando giravo per queste strade in perfetta solitudine.
Pietre, vento, la stessa sostanza del tempo, il silenzio prezioso. La promessa
per il visitatore, occasionale o perseverante, era semplice, imparare dai luoghi
ascoltandoli, portare via un tesoro tanto immenso quanto impalpabile, non
misurabile: il ricordo. Oggi puoi portare via per pochi soldi una ceramica
inventata, un cibo già masticato, un giocattolo di plastica che di questi luoghi
non conserva che il tanfo sgradevole del falso, l’orrore di chi consuma lo
spazio ed il tempo masticando forte. Vi era un tesoro qui fatto di nulla,
riempito di tutto si è perso per sempre.

Rimangono i ricordi, sovrapposizioni fugaci, a volte inventati per necessità
anagrafica, a volte intensi come se trentacinque anni fossero un soffio
distratto di vento. Riesco a volte a fingere, mi perdo per le strade antiche,
non vedo quel che il tempo ha fatto a questo spazio, sento solo il richiamo di
appartenenza di questo luogo così incerto, così assoluto. Io che non ho mai
vissuto qui, io che non ho avuto patria, radici, dialetto, io che sono stato in
tanti posti senza mai starci davvero, io che non ho luoghi in cui ritornare
sconfitto, io ho eletto da tempo questa dimora centro, inizio e fine del mio
camminare.

Per questo mi ostino a portare qui i miei figli; per loro la casa dei nonni è
solo un luogo di vacanza, ritrovo di volti e sorrisi, ricongiungimento estivo
con una famiglia così diluita nelle distanze. Per me questa casa è un’isola
nell’isola, frammenti di tutta la mia vita sono appesi a queste pareti, in ogni
angolo, ombra o forma. Sembra impossibile nell’assurda cacofonia che oggi
permane nelle strade ad ogni ora, ma io qui ho imparato il silenzio, ho avuto
maestro il vento, la solitudine mi ha sorretto e guidato. Non vengo qui per
essere felice, ma per ripassare con diligenza da studente quello che in passato
ho imparato.

Le pietre di Erice mi conservano, tornare qui è un atto di riconoscenza per la
mia terra. Non sono siciliano di nascita, sono siciliano per scelta; per
questi luoghi, per il vento che ha dato loro voce, per il tempo che li ha resi
eterni, la differenza è inessenziale.

Barbiere

Zic zac, un capello cade qua. Zac zic, un capello cade qui. Un tappeto di idee miste a capelli e forfora per terra, le forbici non distinguono bene. Udine passa a pochi metri di distanza, dal vetro posso vedere persone, macchine, cani, passeggini, l’ombra di un palazzo, qualche temerario piccione in missione nel regno degli uomini. Mi sono raccomandato, un taglio minimo, nella mia mente mi vedo gia’ pelato. Vorrei alzarmi e scappare, ma ho paura delle forbici e poi non saprei dove scappare, questa citta’ e’ piena di barbieri, mi troverebbero subito. Mi distraggo con una rivista immaginaria, pero’ e’ difficile girare le pagine, la distrazione dura poco.

Ricordo l’ultima volta che sono stato da un barbiere, ero a San Francisco prima di una conferenza, molti anni e capelli fa. JF mi aveva accompagnato solo per il gusto di perder tempo, mi guardava spalmato su una poltrona come a dire che tanto e’ inutile, non e’ la forma esteriore della testa il mio problema. All’epoca non ero come ora, non avevo capelli lunghi e barba, per quelli bastava ampiamente il prof. Peppermauss, JF per gli amici. Tanto io ero preciso nel vestire e nella pettinatura, tanto lui era approssimativo in tutto, dall’abbigliamento alla forma del naso. Una volta gli chiesi perche’ portasse i capelli e la barba cosi’ disordinatamente lunghi, mi disse che era meglio che crescessero all’esterno piuttosto che all’interno. Dalla vetrina del barbiere vedevo San Francisco ritagliata dal sole, ero felice di esser stato invitato a esporre la mia teoria (sbagliata, come si scopri’ piu’ tardi), riuscivo persino a tollerare JF. Ricordo che pensai, proprio come ora, al barbiere di Russell, alle antinomie, ad una ragazza appena intravista con la costellazione di Cassiopea disegnata sul volto dai nei. Prendi un paese dove c’e’ un solo barbiere (senza barba) che rade tutti e solo quelli che non si radono da soli; il barbiere si rade da solo?

Finita la conferenza JF mi disse che non avrei mai preso il mio dottorato, a forza di uno zic (taglia di qui) e di uno zac (taglia di qua), non era rimasto nulla della mia tesi, della mia ricerca, degli ultimi tre anni della mia vita. Non mi arrabbiai, inventai sul momento una mia personale versione dell’antinomia di Russell: prendi una persona che stima tutti e solo quelli che non hanno autostima, tale persona si stima? (Di questa versione del paradosso del barbiere me ne sono ricordato anni dopo, durante il suo funerale quando non sapevo se la tristezza era per lui chiuso la dentro o per tutto il resto del mondo chiuso qua fuori).

Quel giorno a San Francisco ho odiato JF a tal punto da farmi crescere i capelli e la barba per il resto della mia vita, fino ad oggi. Ora mi rendo conto che in tutti questi anni non e’ stata competizione o emulazione, ma la stupida consolazione del rivederlo ogni mattina confuso nello specchio. Se non lui, qualcuno che gli somigliasse.

Il barbiere ha finito, San Francisco non c’e’ piu’, Udine riprende la consistenza quotidiana. Nonstante il taglio ho ancora un sacco di capelli. Da anni sostituiscono le idee, me li faccio bastare.