Lettera ad uno studente

Caro Lorenzo

tardiva, lo so, arriva questa mia lettera. Non per dimenticanza o per rifiuto ho aspettato, ma per avere distanza da quel giorno, da quel dolore. Ora che il tempo ha steso un sottile strato di polvere su noi tutti, adesso che le giornate si allungano e le voci sono tornate ricordo, ora riesco a scriverti. Ed oltre che distante nel tempo, inattesa e’ questa lettera, almeno per me. Stasera avrei dovuto scrivere di matematica ad un mio studente che si sta perdendo, pronti erano i fogli, la penna, i segni consueti. Ma a volte, caro Lorenzo, come appare arido questo panorama che cerco di raccontare. Una distesa di inchiostro, un deserto bianco segnato da mano incerta. Poi improvviso un fiore, talmente veloce lo vedi che torni indietro per verificarne l’esistenza, o scoprire invece l’invenzione di una mente stanca. Ma il fiore e’ li, lo vedi, e’ vero. E vicino un altro, e poi un altro ed infine una distesa di colori che si stende fino ad un cielo di azzurro doloroso, un panorama smisurato di infinita bellezza. Quanto volte ho provato a parlarne, anche con voi. Quante volte ho fallito. La classe e’ un granello di spaziotempo, difficile riuscire a fare entrare orizzonti cosi’ vasti. Pero’ ci provo ancora, sai Lorenzo? Ma non stasera, stasera la matematica mi ha rifiutato e mi sei tornato in mente.

Non pensavo a te la sera di febbraio che il telefono mi ha risvegliato, la voce di Bianca, il tuo nome. Partite per il mondo come figli ormai grandi, alcuni tornano a trovarmi, pochi. Altri, come te, fanno del saluto un addio. Ma questa e’ giustificazione colpevole, non siete voi ad andarvene, sono io che vi lascio andare via. Io vi dimentico, Lorenzo, e anche se vi tengo sepolti e custoditi dentro di me ogni giorno, io vi dimentico. Ed il tuo nome, quella sera fredda di inverno, ha tagliato in profondita’ molte cose. E la voce di Luigi che ti parla, il giorno in cui in chiesa una folla di volti ti ha salutato. E don Franco e le sue parole meravigliose come sempre. E tutti i tuoi compagni di classe, li ho ritrovati seduti vicini, gli occhi lucidi, un cenno della testa ha spazzato via sei anni in un istante. Vi cercavo ogni mattina in classe, sembravate cosi’ piccoli, forse lo eravate, forse lo siete ancora. Su quelle panche scomode erano ancora tutti li, vicino a te, volti senza piu’ voce, occhi a me cari, ma ormai distanti come le stelle d’estate quando ero piccolo.

Non ho potuto scriverti prima, Lorenzo, perche’ quel giorno in chiesa qualcosa si e’ spezzato, mi ha rubato la voce dalle dita, mi ha tolto un pezzo del mio tempo, strappato a morsi profondi. Ho abbracciato tuo padre e tua madre, fuori, sugli scalini. Ed io, genitore a tempo ogni mattina con figli e figlie solo prestati, mi sono sentito inadeguato come mai nella mia vita. Credo sia un inutile esercizio di dolore pensare a quanto forse avrei potuto o dovuto fare, alle volte che forse non ho ascoltato, alle volte che forse sono stato zitto. Sono passati tanti anni, Lorenzo, ricordo i tuoi occhi giganti, ricordo il tuo sorriso storto, a volte solo indovinato. Non so, e non sapro’ mai, se ti ho ascoltato abbastanza in quegli anni di mattine condivise. So invece che non potro’ farlo piu’.

Non mi e’ concesso il conforto della religione, non posso immaginarti adesso ad ascoltarmi, pur in altra veste o forma. Ma negli anni ho trovato conforto in un altro credo, non meno impegnativo, non meno portentoso. Credo nella realta’ del tempo, nell’esistenza concreta di ogni attimo, sia esso passato o futuro. La sottile intercapedine che divide cio’ che e’ stato e cio’ che sara’ e che noi chiamiamo presente e’ troppo sottile per potermi contenere, stasera. Credo nei ricordi, immagine falsata del tempo. Possono indebolirsi, sfocarsi, possono persino svanire, ma cio’ che rappresentano, un puro e cristallino istante di tempo, quello rimane, quello e’. Ti parlo attraverso i ricordi, ti parlo attraverso il tempo, io e te siamo ancora, in un certo senso, in classe, ho ancora molto da imparare, avete ancora molto da insegnarmi. Piccolo conforto, ma straordinario.

Un abbraccio, mio caro Lorenzo.