Lettera a mia figlia

Cara Anna Wislawa

ti scrivo poche righe mentre dormi nella stanza accanto. Stasera ti ho guardata prendere sonno, ho cantato per te, ti ho sorriso nel metterti a letto e adesso sono qui, sentinella dei tuoi sogni. Domani e’ una data particolare, si festeggia un’idea di donna, si manifesta, si discute, si chiede, si spera, ci si arrabbia, si perdona, si torna a immaginare. In questi anni molte cose, penso, sono state fatte. Ma tante rimangono in sospeso, prima tra tutte non e’ cambiato il modo di pensare. Si possono mettere leggi, vincoli, paletti, ordini sacrosanti, ma l’unica cosa che doveva cambiare, la testa delle persone, e’ rimasta bloccata. Allora, prima che il tempo faccia il suo corso, prima che la data venga superata sul calendario, prima che le idee evaporino, prima che insomma torni il reale a dettare le sue condizioni ed in tv si torni a parlare di altro, lascia che ti scriva questa lettera. Da padre e, soprattutto, da uomo che ha commesso molti errori e ancora ne commette. Perche’ domani ti regaleranno un fiore, magari una mimosa, la festa delle feste. Ma io credo che non sia il tempo, domani, dei fiori. Credo che non sia il tempo, domani, della mimosa. Fino a quando tu non avrai voce, non chiedere fiori, chiedi risposte, chiedi quando.

Quando potrai avere un uguale trattamento economico ed uguali opportunita’ lavorative, non perche’ lo dice una legge, ma perche’ risulti naturale, ovvio, scontato.

Quando potrai vestirti come ti pare.

Quando non dovrai subire quotidianamente modelli femminili stereotipati, falsi, a volte dannosi per la salute da ogni dove, a qualsiasi ora, su libri, riviste, televisione pubblica e privata.

Quando potrai decidere in modo veramente autonomo della tua salute, del tuo corpo.

Quando vedrai riconosciuto nei fatti il diritto sancito da una legge di decidere da sola (e solo tu) della tua maternita’. E quando, in frangenti drammatici e davanti a scelte difficili, potrai scegliere (tu e soltanto tu) sostenuta da una struttura pubblica, seria, attenta alla tua salute fisica e psicologica, comprensiva, accogliente, rispettosa della tua scelta.

Quando potrai contare. Non come concessione o per equita’, ma per pura e semplice normalita’ delle cose.

Quando la tua naturale propensione all’accudimento (che la natura ha deciso) non verra’ usata come scusa per delegarti totalmente o primariamente la cura dei figli. Iniziando, per esempio, con l’istituire il congedo obbligatorio (obbligatorio) anche per i padri, in egual misura che per le madri; perche’ non si abbiano piu’ svantaggi ad assumere donne, perche’ si capisca che e’ diritto e dovere anche per il padre di assentarsi a lungo dal lavoro, perche’ l’accudimento non venga confuso con il nutrimento, perche’ la carriera, se necessaria o voluta, sia sacrosanto diritto per entrambi senza togliere ai figli.

Quando tuo fratello sparecchiera’ la tavola con la stessa frequenza con cui la sparecchi tu.

Quando sara’ normale nella realta’ come nella finzione, chiamarti capo senza che questo susciti dubbi, perplessita’, ilarita’ o commenti.

Quando le tue tette non saranno argomento di discussione, ma le tue idee.

Quando noi uomini smetteremo di aiutare nei lavori di casa per fare semplicemente dei lavori di casa (che e’ tutta un’altra cosa).

Quando smetteremo di sentire frasi del tipo "ma che bravo papa’ che cambia anche i pannolini". La cacca e’ cacca per tutti, non ha genere.

Ecco, mio piccolo tesoro addormentato, quando queste cose e molte altre le vedrai realizzate, allora i fiori arriveranno. Che siano i piu’ belli e i piu’ profumati e colorati, questo e’ il mio augurio per allora. Nel frattempo dormi, io rimango qui fuori ad ascoltarti.

Un abbraccio, tuo padre.

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