Storia di un albero mancato

Forse sono le luci, forse l’aria consumata da centoventi bocche, per non parlare dei nasi. Forse e’ tardi, forse e’ il sonno arretrato, i compiti da correggere, la lezione di stamattina che penso di aver fatto nel modo peggiore possibile e continua a ripassarmi davanti, ogni singolo tratto di gesso. Una volta la matematica usciva veloce dalle mie dita, segni bianchi su sfondo nero e con un unico gesto della mano potevo riempire lavagne e orecchie. Niente, stamane secondo me non si e’ capito nulla. Forse sono le luci, forse il caldo, le voci sovrapposte dei colleghi, il sesto voto per alzata di mano e ormai alzo le braccia seguendo la coreografia, entrambe nel dubbio. Credo di aver votato per sbaglio anche quando non c’era bisogno, magari poi chiedo se possono tenere il voto valido per la prossima volta. La lezione orribile mi torna in mente, mi torna in mente il libro che sto leggendo, le labbra di Carla, la voce dei miei figli. Niente, c’e’ la decima votazione e mi sono distratto, alzo le mani (sempre entrambe) nel momento esatto in cui tutti le abbassano, sembro uno dei miei studenti a fine lezione, possoandarealbagnoprof? Il collega vicino mi chiede se sto bene, immagino di si, sto bene, ho un dubbio sul teorema di Lagrange ed ho trovato un integrale interessante, ma la lezione di stamane mi e’ venuta male. Odio quando succede, e’ come camminare sul divano con le scarpe. Il collega non capisce l’analogia, provo a mimare il gesto di camminare sul divano con le scarpe, nel frattempo siamo alla dodicesima votazione. Quando mi sono perso? Credo sia stato due anni fa, ad un collegio docenti simile a questo, ho pensato ad un tratto “dov’e’ la scuola?”. Ero dentro la scuola, ma la scuola non era piu’ li. O forse non ero piu’ li nemmeno io. Forse mi sono perso prima, quel giorno in cui in aula tutti i ragazzi e le ragazze sbattevano la testa contro la verifica scritta ed io ho passato due ore a guardare fuori dalla finestra. Lo so, copiavano, ma tanto copiavano sbagliato. Nel frattempo c’era un albero li fuori, un albero di assoluta bellezza che avresto dovuto vedere. Forse la scuola si era nascosta su quell’albero, arrampicata lontano dal rumore assordante di tutti gli acronimi sotto cui e’ stata seppellita. Ho guardato a lungo quell’albero, immaginando che lui guardasse me, stanchi entrambi di radici, della precarieta’ delle foglie, del vento. Adesso, dopo anni, lo invidio quell’albero. Il collega mi parla ancora, mi sono distratto, spero di non aver perso nulla di importante, ma forse sono le cose importanti ad aver perso me. I collegi docenti sono diventati una lunga votazione ininterrotta, ho perso il conto del numero di progetti approvati. Progetti per fare progetti che parlano di progetti per, avrete capito, progettare nuovi progetti. Io volevo solo parlare di matematica a ragazzi e ragazze, condividere quel che avevo visto prima di loro, quel poco che avevo capito. Volevo solo trovare terreno comune, affezionarmi per poi lasciare andar via, raccontare in poche parole altre possibili strade. Mica tanto, mica spacciarle per saggezza o verita’, solo un po’ di matematica come antidoto al mondo reale. La matematica alla giusta distanza dalla realta’, usando le parole di Transtromer.

Altra votazione, poi l’inatteso. Il panico si concretizza nell’assemblea quando un collega chiede che si decida con una votazione come votare il prossimo punto all’ordine del giorno. Ma come votiamo come votare? Ho fatto due calcoli veloci sulla regressione infinita che ne viene fuori, temo che dovro’ alzare la mano (anzi, entrambe, per sicurezza) ancora un po’ di volte.

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