Lo spazio della memoria

Provate ad immaginare una stanza, una cucina per esempio. Una cucina semplice, come molte, pareti in ombra ed un tavolo al centro. Seduti al tavolo provate ad immaginare un uomo distinto, la barba curata, lo sguardo distratto. Al suo fianco la moglie, gli occhi appesi alla finestra, i capelli forse in disordine. Indoviniamo un’altra donna seduta al tavolo, somiglia alla prima, stesso sguardo perso, sorelle si direbbe. I tre non parlano, le mani ferme sul tavolo, forse aspettano. In un angolo mi piace immaginare un foglio, sembra un telegramma, le parole asciutte e burocratiche, sicuramente un qualche timbro ufficiale ne determina l’urgenza. Non so se i tre abbiano avuto la notizia in questo modo, a volte invece e’ una telefonata nel cuore della notte, altre volte una voce amica che bussa alla porta, gli occhi bassi e la vergogna del messaggio. Ma questa volta e’ decisamente un telegramma, le poche frasi in tedesco categorico, non un messaggio o un invito, ma un ordine. E’ il 26 gennaio del 1942, dalle finestre filtra la poca luce della sera, il freddo riveste ogni cosa sotto il cielo di Bonn, l’uomo forse sorride debolmente alla moglie ed alla cognata. Tre bicchieri sul tavolo, non si notano quasi. Tre bicchieri ed il quieto ticchettio dell’orologio alla parete, un attesa che non so quanto sia durata. Mi chiedo spesso se in quei momenti l’uomo ha avuto la lucidita’ di ripensare la propria vita, di considerare il suo percorso, i risultati, il successo, l’amarezza, la paura. Chissa’ se hanno prevalso i ricordi belli, la sua matematica, il dominio dei numeri e dello spazio immaginario. O le sue lezioni interrotte dalla gioventu’ hitleriana, le umiliazioni, la stella gialla sul braccio, le tante restrizioni, promesse, minacce. Ed infine quel telegramma, l’ordine di recarsi al monastero di Endenich, punto di raccolta degli ebrei di Bonn fino a quel momento solo sfiorati dalla tragedia, scampati per una distrazione del destino. Molti andranno, senza sapere che quello e’ solo l’inizio di un viaggio verso est, un viaggio di morte per molti, quasi per tutti. L’uomo seduto al tavolo in cucina non si illude nemmeno per un momento, ha sentito i racconti, sa cosa vi e’ oltre, riesce ad indovinare verso quale limite lo spinge quel telegramma. I tre bicchieri aspettano, ancora un momento.

La prima volta che ho sentito il nome di Felix Hausdorff ero all’universita’, un corso di fisica matematica. Ho imparato presto a riconoscere il suo nome nel vasto panorama della matematica. Quando posso ne parlo in classe, quando posso condivido un piccolo pezzo della sua matematica con studenti e studentesse. Non molto, sono argomenti che spesso esulano i programmi, ma non importa, li faccio lo stesso. La teoria degli insiemi, i contributi alla topologia, spazi di Hausdorff, la misura di Hausdorff, la metrica di Hausdorff, il paradosso di Hausdorff. Tanto altro. Ne parlo in classe perche’ la memoria trova strade complicate, perche’ questo so fare, parlare della sua matematica perche’ rimanga in vita qualcosa.

Il tempo e’ quasi concluso, lo si capisce dalla luce, da un leggero sospiro del destino. Si sara’ reso conto, quel 26 gennaio, che quella cucina sarebbe stata un punto di accumulazione per la sua vita, il limite estremo del suo tempo? I bicchieri ora sono vuoti, il veleno con umana pieta’ agisce veloce. Altri affrontarono, lottarono, rischiarono. Quasi tutti morirono nei campi di sterminio, uccisi dalla follia, dall’indifferenza, dall’interesse particolare, privati della vita e consegnati alla memoria. Hausdorff, la moglie, la cognata preferirono la fuga in altro modo. Scrivera’, prima di morire, una lettera al suo piu’ caro amico, scusandosi per il disturbo recato dal suo “modo diverso di risolvere il problema”. Delicatezza inutile, il destinatario della lettera morira’ poco dopo ad Auschwitz.

I giorni della memoria sono rari, la matematica e’ eterna. La verita’ che contiene forse e’ piccola, minuscola di fronte alla storia, davanti al male assoluto. Se provo a guardare il mondo di oggi poco mi sembra cambiato, intravedo altre cucine, altre persone in silenzio sedute intorno ad un tavolo, altri campi.

Lo spazio della memoria non e’ infinito, possiamo solo provare ad onorare un patto non scritto; insegniamo ogni mattina quello che sappiamo perche’ qualcosa sopravviva.

Riccardo Giannitrapani

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