Lettera a mio padre nel giorno del mio compleanno

Caro papa’

ti scrivo queste poche righe nel giorno del mio compleanno perche’ oggi ho pensato a te. Ti scrivo in questo spazio perche’ qui riesco da tempo a confrontarmi con me stesso ed i percorsi che ho scelto. Ti scrivo perche’ al telefono non e’ la stessa cosa, perche’ il foglio aiuta le mani a comporre, perche’ la scrittura piu’ della voce ferma il tempo. Sono righe tardive, avrei dovuto scriverti tempo fa, ma la vita non sempre ci lascia scegliere. Oggi, mentre pensavo ai quarantesette giri che la terra ha fatto intorno al sole dal momento in cui sono nato ho pensato a te, non come sei adesso, come eri allora. Nei miei ricordi di bambino, sicuramente filtrati dall’eta’ adulta, sei un gigante silenzioso. Adesso assomigli sempre piu’ al mio amato Borges, ma nei ricordi hai ancora i capelli brizzolati e gli occhi enormi mai fermi sul presente. In barca a vela eri felice, lo ricordo bene. Ti vedevo guardare il mare e pensavo “forse e’ li che vorrebbe vivere, nel mare, per sempre”. Ricordo la salsedine, il canto delle sartie, il lento fluire del vento che per anni ho associato al tuo volto. Si, in mare eri felice, lo ricordo ancora adesso. Negli ultimi anni ci siamo poco frequentati, papa’, ma io per molti aspetti sono ancora in quella barca mentre ti vedo al timone decidere la rotta. E adesso che il mare ti e’ precluso, adesso che vivi di penna e scrivania, io lo vedo ancora quel blu all’orizzonte, e’ vivo ed in tempesta nei tuoi occhi, bisogna saper guardare. Il vento e le vele hanno lasciato il posto al al tuo amato Shakespeare, ai tuoi poeti romantici, ai versi in cui forse meglio ti specchi in questi anni. E’ un altro navigare, ma da quel che posso vedere tieni comunque il timone ben stretto, la via che passa dalla tempesta non ti spaventa, rimani in piedi, i capelli confusi non piu’ dal vento, ma dai troppi pensieri. So di averti dato molte delusioni, ho sbagliato, inciampato, rovinato. Ho sofferto e, cosa piu’ grave, fatto soffrire. E sono scappato, a differenza tua, ogni volta che ho potuto, ho abbandonato timone e nave senza saper resistere alle onde.

Ora che ho trovato un porto sicuro ho riscoperto la serenita’, ho ritrovato queste poche parole ed i ricordi di me bambino, di te capitano.

Ti dedico una poesia a me cara, me l’ha fatta conoscere Carla anni fa, sono sicuro che ti piacera’.

Un abbraccio, tuo figlio.

Invocazione dolente, di Laureano Alban

Padre, come mi sta mancando
la tua forma di cadere,
la tua parcella di paura,
e questa ragione senza tregua d’essere villaggio
che sale dai tuoi occhi alla notte.
Come sanno d’erba deposta
il tuo nome senza città,
le reti screpolate delle tue mani.
Io, in solitario, ti dichiaro eroe,
ti nomino capitano delle dolcezze
smarrite e dolenti della terra,
ti abbraccio con la fretta dell’assenza,
e chiedo il tuo dolore, la tua piaga, il cieco
dono d’essere uomo rotto che mi manca.
Ho bisogno di cadere come cadesti
nella lenta atmosfera senza canti.
Ruotare sopra la terra
sotto colpi continui
di cui nessuno conosce l’artefice.
E tacere, tacere
sotto la certezza della furia.

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