Lettera aperta ai genitori

Carissimi genitori

avrei voluto scrivere questa lettera tempo fa, la vita mi ha distratto. Ora l’urgenza di queste parole si è fatta quotidiana, come quotidiani sono i volti dei vostri figli e delle vostre figlie. Perdonerete il tono enfatico, ma li avete affidati a me per alcune ore della loro vita, io li ho accolti e ne ho cura per quanto mi è dato, per quanto sono capace. Sento quindi di dovervi scrivere per condividere con voi alcuni pensieri, per chiedervi anche un favore.

Lo faccio su questo mio spazio personale perché è personale quello che devo dire, non è un’idea ufficiale, non è, credo, molto popolare quel che penso e quello che sento di dovervi chiedere. Ma come voi mi avete affidato i vosri ragazzi e le vostre ragazze, io vi affido le mie parole, necessitano anch’esse di cure non meno attente.

Si parla in questi giorni del registro elettronico, argomento che sembra interessare molto le famiglie, mi dicono. Al momento, nella mia scuola, viene usato internamente, ma la strada sembra segnata, l’apertura del registro alle famiglie è cosa imminente. Per obbligo, alcuni dicono. Per non essere gli ultimi, altri dicono. Perché le famiglie lo chiedono, altri ancora. Perché è giusto che la famiglia veda ed acceda alla vita scolastica dei figli in tempo reale, dicono in molti. Cosa sia il tempo e cosa sia reale non lo so, ne ho comunque l’idea di una corsa inarrestabile in cui ci stanno sfuggendo i dettagli, i panorami, il gusto.

Il reale ci ha portato da qualche tempo questo registro elettronico. È legge, dicono, si chiama "dematerializzazione". Si risparmiano soldi, si risparmia tempo, si risparmia la fatica. È innovazione. Qualsiasi cosa usi un computer diventa innovativo. La generazione dei nostri studenti e delle nostre studentesse è digitale perché usa internet, i tablet, gli smartphone. Basta usare la parola digitale e si aprono le porte del futuro. Meglio ancora della parola "elettronico" che ha già sapore di vecchio. Per risparmiare dunque. Su tutto. Si potrebbe aprire un dibattito su questo punto, se c’è o ci sarà un risparmio, ma non è questo il luogo. Io sono interessato ai miei studenti ed alle mie studentesse, il risparmio lo decidono altri. Il rischio però è che dematerializzando i processi si finisca con il dematerializzare anche le persone; in questo caso la cosa mi riguarda, non posso sottrarmi dagli effetti culturali e didattici che le scelte sul registro elettronico generano.

Ecco, sono qui, su queste pagine che tanto hanno accolto della mia vita, per chiedervi con forza di non usare il registro elettronico. Lo chiedo come educatore, come padre, come persona. Non lo usate, non accedetevi, dimenticate o perdete la password che vi verrà consegnata. Spenderete più tempo, non risparmierete, vi priverete di una comodità. Ma ne guadagnerete in tempo speso bene, sicuramente ne gadagneranno i vostri ragazzi e le vostre ragazze. Questa mia richiesta di favore, ribadisco personale, non è ancora apologia di reato, è invito ad altri percorsi educativi.

Provo ad espandere. Su vari fronti. Mi scuso per la lunghezza, ma il mezzo consente a me il vantaggio dello scrivere, a voi il diritto di non leggere. È chiaramente un’opinione personale quella che vado ad esprimere, non c’è bisogno di dirlo. Ma in un’epoca in cui tutti parlano su tutto con apodittica sicurezza credo sia doveroso ribadirlo: qui scrivo miei pensieri personali, magari sbagliati, magari non condivisibili. Aspetto il confronto, lo desidero.

Primo. Viviamo in un’epoca in cui la confusione tra reale e virtuale è ormai palese a tutti. Si è creato nella vita di molti un deserto sociale costituito da un comodo panorama di conoscenze, interazioni, relazioni mediate da un click. Ho studenti e studentesse (ma conosco anche tanti adulti) che hanno centinaia di contatti su Facebook, ma che non parlano con nessuno per giorni e giorni. Stiamo sostituendo i dialoghi con messaggini, la parola mediata dagli sguardi con i selfie, opinioni con sondaggi e foreste di "Mi Piace". In questo scenario in cui la parola sociale è stata spogliata del suo significato, la scuola può avere ancora un ruolo di argine, di segnale, di strada altra. Può e deve, la scuola, costituire un altrove dove ritrovare il valore della parola parlata, del dialogo, della stretta di mano, il luogo dove poter e dover dire cose belle o cose brutte direttamente in faccia, appoggiando le parole sugli occhi di chi ci ascolta. Un luogo insomma dove reale e virtuale siano ben distinti, chiaramente distinguibili. Questo facciamo in classe ogni mattina con i vostri figli e le vostre figlie. Parliamo, ci guardiamo. Edifichiamo un muro di dialogo contro una marea di vuoto che ci vuole connessi in modo acritico, che ci vuole risparmiare la fatica della relazione, che ce ne propone un modello semplificato, privo di attriti, un modello di relazione comoda. Quello che la scuola dovrebbe insegnare, invece, è che la relazione umana non è mai comoda, va vissuta con i suoi tagli, le sue frastagliature, i suoi conflitti. Bisogna guardare negli occhi. Accedere al registro elettronico per vedere i voti dei vostri figli e delle vostre figlie vi priverà di qualcosa di importante. Anche se poi comunque ne parlarete di persona con i vosri ragazzi, non sarà più la stessa cosa. Vi chiedo di non lasciare che sia la schermata di un monitor a parlarvi di vostro figlio o vostra figlia.

Secondo. Non togliamo ai vostri ragazzi ed alle vostre ragazze la responsabilità delle loro azioni. Se un ragazzo o una ragazza prende un brutto voto a scuola, deve avere la possibilità di trovare autonomamente il coraggio, il modo ed il tempo per comunicarlo. Lo so che spesso non lo fanno, nascondono, si vergognano, temono. Ecco, il timore va bandito, deve essere sostituito da responsabilità, presa di coscienza, consapevolezza che ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Senza timore, con serenità e serietà. Se i ragazzi sanno che i loro voti vengono letti da voi a casa, non avranno più lo stimolo a parlarvene, che siano belli o brutti, non cercheranno piu una strada per comunicare, tanto lo sapete già. Devono invece imparare la mediazione umana, devono imparare che si può fallire e si può ammettere di aver fallito. Stanno cominciando a camminare, non possiamo pretendere che si comportino sempre da adulti, lo devono diventare. La responsabilità la si impara sul campo, non con il controllo, ma mostrando fiducia, insegnando loro a meritarsela. Non priviamoli di un momento di crescita importante, la comunicazione delle proprie vittorie o delle proprie sconfitte.

Terzo. I voti stanno sostituendo sempre più il dialogo educativo. Cosa serve per la sufficienza? Questo lo mette nel compito? Come faccio a recuperare? Quanto è la mia media? Le domande che risuonano ogni giorno nelle nostre aule sono macigni sulla strada dell’educazione. Dobbiamo riportare la valutazione dentro i confini per cui è nata, uno strumento utile al percorso educativo, non il percorso educativo stesso. Ridurre tutto ad un numero, per quanto meditato e progettato sia, riduce tutto il processo di apprendimento ad una mera operazione contabile. Io non voglio che le famiglie vedano dei numeri, io voglio che le famiglie vedano i loro figli, con le loro debolezze e le loro meravigliose esplosioni di luce. Un numero non dice nulla su vostro figlio e vostra figlia, nulla.

Quarto. Il controllo delle assenze dal registro, trattandosi nella maggior parte dei casi di minorenni, è punto delicato. Deve la famiglia sapere di assenze? Lo deve sapere in modo automatico? È necessario costringere lo studente o la studentessa alla presenza perché controllati? Possiamo cercare altre strade per giustificare la loro presenza? Da anni nelle classi della mia scuola, anche non mie, faccio un esperimento: chiedo la giustificazione dei presenti, non degli assenti. Se sei presente in aula, devi giustificarti, non se sei assente. La quasi totalità delle giustificazioni ricorrono ad un principio di autorità: sono a scuola perché obbligato. Il controllo automatico della presenza a scuola non può rafforzare, io credo, il senso di responsabilità dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. L’opposto, temo. Con il registro elettronico forse voi scoprirete le assenze ingiustificate dei vostri figli, forse loro non salteranno più scuola per timore che lo scopriate, sicuramente non incentiveremo la ricerca di argomentazioni altre per la loro presenza in classe.

Sgombro il campo da fraintendimenti. Non sono contro la tecnologia, non sono contro i social network, non sono contro il mondo virtuale che c’è o che verrà. Lavoro con i computer da quando avevo dieci anni, vi parlo da un blog, ne ho un altro, ho account su tutti i principali social network, passo molto del mio tempo connesso a scrivere, rispondere, osservare, ho accolto ed accolgo ogni giorno e con anticipo l’innovazione tecnologica. Ho fatto molti errori nella mia vita, ho anche io confuso virtuale e reale, ho sbagliato nel trattare le persone dalla comoda e asettica posizione di un mezzo virtuale. Non sto chiedendo ad altri di non farlo, trovo i mezzi moderni interessanti, a volte utili, spesso indispensabili, un po’ rischiosi. Sto solo chiedendo di non confondere utile con innovativo, di non scambiare possibile con necessario. Non tutto quello che si può fare è giusto che si faccia, non in tutti i contesti. Sto solo chiedendo di lasciare aperti altri canali, di non ridurre tutto ad un click. Non quando si tratta di educare, di crescere, di accompagnare. Non sto chiedendo di non seguire i vostri figli e le vostre figlie, di non interessarvi a loro; il contrario, sto chiedendo di farlo con la parola, gli occhi, l’abbraccio, non da uno schermo di un computer. Lo so che tutti questi mezzi tecnologici sono comodi, ma credo che la comodità non sia un’esigenza del percorso educativo. Accogliamola nel prenotare una stanza d’albergo, nel comprare un biglietto del treno, nel fare un bonifico bancario. Teniamoci invece la fatica e la scomodità quando si tratta di relazioni umane. Lasciate spento il registro elettronico.

So che molti genitori, tutti probabilmente, nonostante i nuovi mezzi informatici continueranno a parlare con i propri figli, con noi insegnanti. Ho fiducia nella maturità relazionale che i vostri figli spesso mostrano nei vostri confronti. Ma come dice una persona a me cara, se costruisci un ponte prima o poi lo attraverserai. O come diceva Checkov, credo, se in un racconto compare una pistola, prima o poi dovrà sparare. Succederà che la fretta, la vita, l’occasione vi potranno indurre un giorno a guardare un voto di vostro figlio o vostra figlia prima che sia lui o lei a comunicarvelo. Vi basterà un movimento virtuale della mano, il suono di un click. Sarà un uragano, quel suono. Sono fermamente convinto che quel giorno avrete perso un pezzo di vostro figlio. Vi chiedo di non farlo. Proseguite nello sforzo che avete sempre fatto di chiedere, di parlare, di ascoltare. Lasciate che siano i vostri ragazzi e le vostre ragazze a comunicarvi i loro successi, i loro sbagli. Se i vostri figli vi nascondono la loro vita scolastica, se vi sfuggono, insistete, inseguite, sarà una strada faticosa ed in salita, lo avete fatto fino ad ora e lo sapete. Ma è l’unica strada percorribile. Parlate ancora con loro. Parlate ancora con noi insegnanti. Se gli orari di ricevimento non bastano (e non bastano, lo so) allora chiedete, pretendete altri orari, più spazi e più tempo. Ne avete diritto, noi ne abbiamo dovere. Chiedeteci di venire il sabato, la sera, di parlarci per telefono, chiedeteci e pretendete la nostra voce, la avrete.

Non togliamo ai vostri figli ed alle vostre figlie lo spazio per crescere e maturare, non tramsettiamo loro l’immagine di una società che controlla invece di accompagnare, non dematerializziamo le loro aspettative, diamo loro fiducia, facciamo in modo che imparino a meritarsela, facciamo in modo che sappiano assumersi responsabilità via via più grandi. Ne va del loro futuro, e anche del nostro.

Con sincera stima, RG

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9 thoughts on “Lettera aperta ai genitori

  1. Grazie professore, condivido pienamente, non solo la sua posizione sul registro elettronico, ma sui rapporti virtuali in genere.

  2. Condivido pienamente, ma dico anche che il colloquio con i prof non può avere ad oggetto solo se i nostri ragazzi hanno fatto più o meno bene le verifiche e che voti hanno preso perchè quello lo sappiamo o lo dovremmo sapere dai nostri figli – il colloquio dovrebbe tendere a capire reciprocamente tra prof e genitori le qualità, i difetti i bisogni i desideri le aspirazioni dei nostri figli.

  3. Grazie Professore,
    condivido tutto pienamente sia come mamma sia come insegnante.
    Le sue parole sono “ristoratrici” ….un’iniezione di fiducia nella scuola e nei nostri ragazzi…che spesso inciampano…cadono…si rialzano lungo il loro percorso scolastico se hanno la fortuna di incontrare insegnanti come Lei.

  4. Buon pomeriggio Prof,
    solo oggi ho parlato con mia figlia del registro elettronico.
    Cosa ne penso? Penso che come per tutti gli strumenti digitali, io che non sono nata digitale, ho bisogno di digerire l’informazione.
    Inevitabilmente, anche la scuola italiana percorre la stessa strada di altre scuole in altri Paesi. Confesso che mi sembra giusto che non venga travolta ma cerchi di fare delle scelte su cosa voglia o non voglia digitalizzare e da che parte cominciare.
    Essendo una scuola squisitamente concettuale, deve saper adattare gli strumenti odierni alla complessità che le è propria, evitando il rischio della semplificazione schematica.
    Istituito un registro elettronico, è fin troppo facile pensare di darne l’accesso esternamente alla scuola, a tutti gli “stakeholders”, studenti e genitori compresi.
    Non credo, invece, che gli accessi debbano avere per tutti gli stessi privilegi. Fatto 100 l’accesso dei docenti, quello degli studenti sarà più dettagliato quanto a voti e presenze e più sintetico e riassuntivo per i genitori che potrebbero in questo modo avere il polso della situazione del proprio figlio in modo da non subire le situazioni difficili con eccessivo ritardo.
    Anche lo strumento cartaceo del libretto non era sufficiente da solo per affrontare l’evoluzione dei propri bambini, poi diventati ragazzi.
    Ogni genitore che vuole crescere insieme ai propri figli senza perdersi le tappe importanti per farli diventare autonomi e responsabili, equipaggiati di buono spirito critico, deve affrontare tale crescita in modo organico. Il confronto tra padre e madre (quando ci sono entrambi), tra genitori e figli, con gli zii, con la maestra, con gli educatori, con l’allenatore, con i professori e con i docenti, e perché no, con amici e fidanzati rappresentano un mix ineludibile.
    Se ciò non succede, allora qualunque strumento digitale o no verrebbe usato in modo inappropriato.
    A lei che è professore illuminato, chiedo, dunque, di battersi dall’interno per rendere qualunque nuovo strumento, adeguato al livello che la nostra scuola si dovrebbe meritare.
    Grazie

  5. Buonasera professore,
    ho letto con attenzione le sue note sul registro elettronico e approfitto di questo mezzo (ooopps, elettronico!?!?) per farle presente che non sono completamente d’accordo con lei (…lampi, tuoni, fulmini e saette! accipicchia un “diverso” da mettere al rogo!).
    Sebbene il registro sia uno STRUMENTO (su questo invece concordo), cioè un aggeggio che serve a migliorare le nostre iterazioni, non a sostituirle, temo che il mondo da lei descritto sia un tantino ideale.
    Chiamare i professori? e su quali numeri? mica tutti sono disponibili come lei, sa?
    Chiamare la segreteria (ogni giorno? per sapere se i pargoli si son presentati? se hanno preso 4 o 5?)? peccato che non siano tenuti a sapere, nè a dire queste informazioni.
    Chiamare il DS? certo, Stefanel è disponibile, ma quante migliaia di telefonate dovrebbe gestire?
    Parlare con i nostri figli? questo si, certo, lo facciamo o almeno proviamo a farlo, a dare loro fiducia, come lei dice.
    Però, tra un mondo ideale ove i figli perfetti si ricordano di tutti i voti, circolari etc e le comunicano ai genitori e quello diabolico ove tutti i figli sistematicamente falsificano tutto, c’è il mondo reale.
    Questo è fatto di INFORMAZIONI, sempre di più e sempre meno gestibili (mi dica che fa trascrivere ogni circolare sul libretto, come prevedono i regolamenti…) quindi ben venga un MEZZO per gestirle, e se poi non lo voglio fare sarò libero di non aprirlo.
    Ma il Marinelli era l’ultima scuola udinese a non averlo e prima del suo avvento, come genitore, ho perso molte informazioni (e non soltanto per la memoria della mia prole).
    Cosa può succedere di grave? che mi accorgo di un 4 prima che me lo dica lui/lei? si, convengo che questo può sminuire l’autostima del futuro cittadino, ma tutto sta a come lo si gestisce, lo si comunica, lo si condivide.
    Quindi io il r.e. lo aprirò e lo userò, per comunicare con la scuola e con mio figlio/a (poi a voce, si capisce), perchè la macchina è fatta per non dimenticare….anche le scadenze per i docenti.
    Già, l’etica… Noto con sincera ammirazione la sua fortissima motivazione e vocazione alla missione educativa ed in questo siamo uguali in campi diversi, però non sono fatti tutti di questa pasta, anzi…ma non è questo il luogo per parlarne.
    Ma ( e caspita se sono d’accordo anche su questo) la scuola (e i genitori pure, si) non deve solo valutare, deve educare, educare i futuri cittadini ad usare (CORRETTAMENTE) i mezzi che la tecnologia mette a disposizione per…che cosa? Per uno scopo conoscitivo.
    Cogito ergo sum? o Valuto ergo sum?
    E come facevamo a sapere i voti del primo micro-quadrimestre (che doveva essere solo “diagnostico”) se non c’era il r.e.?
    Mi stia bene, professore
    e perdoni la prolissità.

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