Ricordo

Come quando entro in classe distratto, mi siedo alla cattedra e solo in quel momento mi ricordo di aprire la porta. A voi sembra stupido, ma sono dolori ogni volta. Faccio l’appello degli assenti, nessuno di quelli chiamati risponde. Esasperato passo all’appello dei presenti, qualche soddisfazione in piu’ la ottengo, almeno in termini di risposte. Il rituale e’ costante, io faccio il nome e la risposta possibile e’ una delle seguenti: eccolo, ci sono, qui, si prof, per ora. A volte un grugnito, mai un semplice "presente". Zamboni, in terza fila, una volta ha risposto alla rovescia "etneserp", l’ho mandato dal Dirigente ed e’ uscito camminando all’incontrario e mi ha fatto anche venire il dubbio che fossi io alla rovescia e non lui. Stamattina pero’ non sono in vena, stamattina la lavagna sembra lontanissima ed il gesso solo un ricordo. Cerco il registro con la forza dell’abitudine, con la debolezza della sorpresa ricordo invece che il registro non c’e’ piu’, il progresso ce lo ha portato via. Guardo con odio il monitor che dovrei accendere per compilare il registro elettronico, mi prende lo sconforto, rifaccio l’appello. Ma prof, lo ha gia’ fatto. E’ venuto mosso, rifacciamolo per sicurezza. La verita’ e’ che stamattina mi sono svegliato con una consapevolezza improvvisa: non ricordo piu’ il suo volto, il volto di JF. Ho provato mentre mi radevo per finta davanti allo specchio, rara pausa dalla vita, mi sono sforzato di ricordarne i lineamenti, la barba, il coraggioso riporto, le inguardabili camicie. Niente, una confusa sovrapposizione di sensazioni, ma nessun volto. Stupito ho scoperto poi di non avere nemmeno una sua foto, solo un mucchio di lettere ed un paio di calzini. E mentre mi alzo per cominciare la lezione, mentre il gesto del gesso ancora non e’ matematica ma sicuramente e’ qualcosa di diverso dal nulla, in quella frazione di tempo sospeso ricordo quella volta che mi disse che non avevo le qualita’ per diventare matematico. Lo ricordo perche’ eravamo in barca, io stavo vomitando e lui, una copia della mia tesi di dottorato in mano, continuava a sottolineare ogni singolo errore, tra una fumata di sigaretta (sua) ed un conato (mio). "JF, non possiamo aspettare di essere a terra per parlarne?". Ovviamente no, se doveva dire qualcosa la diceva subito, senza mezzi termini, come le stagioni che non ci sono piu’, o qualcosa del genere. Ricordo quella conversazione, la mia sensazione che non avrei finito il dottorato, l’odore orribile delle sue sigarette al timo, ricordo persino il colore del cielo, ma nessuna traccia del suo volto. La lezione intanto e’ partita, Zamboni in terza fila gioca a tris con il suo zaino, gli assenti sono gli unici che ascoltano, ogni tanto qualcuno mi chiede di andare in bagno, raramente qualcuno dal bagno chiede invece di venire nella mia classe (asimmetria di Giannitrapani, la chiamano). Del volto di Peppermaus nemmeno l’ombra, me ne faro’ una ragione. Non sono diventato matematico, mi sono perso a meta’ strada distratto da un reale noioso. Mi sono comprato un’altra vita, il prezzo che ho pagato e’ l’aver dimenticato il volto di JF. La campanella mi sorprende come sempre appeso al gesso, raccolgo le mie cose, ragazzi ci vediamo domani, ricordate di fare gli esercizi dispari delle pagine pari, prof con chi parla che sono gia’ usciti tutti dalla classe?

Esco anche io, ma questa volta mi ricordo di aprire prima la porta.

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