Lettera dall’esilio

Caro Francesco

ti scrivo poche righe in una rara pausa dal lavoro. Oggi ha nevicato di nuovo tutto il giorno e le assi di legno di questa baracca faticano ormai a segnare una distinzione tra l’interno dall’esterno. Mi ha fatto piacere leggere che stai bene e che il mondo e’ di nuovo un posto interessante, per te. Nella tua ultima lettera mi chiedi della salute, rispondo invece parlandoti delle stelle: qui, quando la notte diventa assoluta, il cielo pare una rappresentazione del paradosso di Olbers, le stelle sono cosi’ tante e vicine che si dimentica lo spazio che le racchiude e separa e si distende lo sguardo su ogni singola luminosita’. Aspetto questi rari momenti di distrazione, mentre trasporto con determinata volonta’ le mie ossa attraverso le ore del giorno. Alle volte mi perdo in questo cielo cosi’ lontano dal reale, mi ricorda quando da bambino ti mostravo le stelle e tu mi stringevi la mano per paura di volar via di fronte a tanto immenso.

Ora devo chiudere, il mio turno di lavoro riprende tra poco e devo ancora mettere da parte il cibo per il giorno dopo. Non so se queste poche righe passeranno attraverso lo spazio che ci separa, lo spero, scriverti dal mio reale o immaginario esilio mi aiuta a far pace con il tempo che non ti ho concesso.

Un abbraccio, papa’.

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