L’aula degli studenti persi

Nelle notti di sonno leggero ricordo spesso un sogno che mi spaventa; in un’aula dalle pareti lontane e con una lavagna enorme, faccio lezione ai miei studenti persi. Ragazzi e ragazze che non ho saputo trattenere siedono in banchi disadorni, alcuni ascoltano, altri fanno finta, tutti mi guardano. Mi sembra di riconoscere tra i volti confusi quello di Ivan, tornato nella sua Ucraina senza il sacchetto di libri che gli avevo regalato. In un tavolo in disparte c’e’ Alfonso, il suo coltello a serramanico e lo sguardo di chi mi ha cercato a lungo. C’e’ Francesca che ha perso il suo fiato e che io non ho saputo ritrovare, Cristina che e’ scappata da tutti, anche da me, c’e’ Michele che forse mi ha fotografato mentre ancora non sapevo respirare, Francesco che si e’ perso senza che me ne accorgessi veramente. E altri, tanti, troppi. Ma non e’ il loro sguardo che mi spaventa, in questo sogno. Qui, come nella realta’, io posso fare solo quello che so fare: lezione. E allora, nel sogno, parlo di matematica e cerco un tardivo perdono nei loro occhi. E non e’ nemmeno il loro silenzio a spaventarmi. Di tutti gli studenti che ho avuto, conservo un ricordo confuso, ma felice, dei tanti che ce l’hanno fatta, dei tanti, i piu’, che hanno trovato, indipendentemente da me, la loro strada. Sono volti e voci che ricordo poco, ma che sono comunque presenti nel mio quotidiano. Ma degli studenti e delle studentesse che ho perso, per incuria, distrazione o incapacita’, di quei ragazzi e di quelle ragazze che in silenzio sono usciti da un’altra porta, di ognuno di loro ho un ricordo vivo, preciso, puntuale, dettagliato come il gesso sulla lavagna, doloroso come l’ultima campanella ascoltata insieme. Ed allora in queste notti dove il sonno e’ troppo leggero per rimanere saldato ai miei occhi, in queste lunghe notti cio’ che mi spaventa e’ l’enorme numero di posti ancora vuoti in quest’aula immaginata, innumerevoli sedie che aspettano pazienti nuovi volti, nuove perdite, nuovi perdoni.

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